Third wave coffee, la rivoluzione è servita

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 In modo impercettibile ma continuo e inarrestabile, cambia il modo di intendere e gustare il caffè. Intendiamoci, la tazzina svuotata in pochi secondi al bancone fa ancora completamente parte del nostro mondo, ma accanto a questa modalità mordi e fuggi si radica e si diffonde sempre di più la cultura di chi vede nel caffè un’esperienza sensoriale da vivere con calma, valorizzando tutti i passaggi che portano il chicco di caffè dalla pianta alla tazza. E’ la cosiddetta third wave of coffee, fase che segue gli anni 60 che hanno visto il caffè diventare sempre più parte dei nostri consumi, ma senza particolare attenzione alla qualità, e quindi gli anni 80 e 90, con la diffusione delle grandi catene, Starbucks in primis.

Questione di cultura
Nata nei Paesi anglosassoni e scandinavi, la third wave sta conquistando anche l’Italia, che notoriamente si considera la patria del buon caffè. In questa nuova cultura, i chicchi non provengono da nazioni, ma da terroir e addirittura aziende con caratteristiche ben specifiche, che condizionano la tostatura e la preparazione finale. In questo nuovo mondo, cambiano i macchinari e le modalità in cui il caffè viene e diventa fondamentale il ruolo delle microroasteries, torrefazioni che selezionano direttamente i chicchi e servono il loro caffè. Ancora, pure i macchinari e le modalità di preparare il caffè cambiano. E il pubblico è disposto a pagare per gustare una bevanda unica, che racconta anche una storia. Insomma, tanta scelta e tanta consapevolezza, anche se ovviamente non manca la resistenza culturale degli irriducibili, quelli che il caffè buono è solo l’espresso ed è solo italiano.