Permacoltura, così il caffè è veramente sostenibile

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Come ogni coltivazione, anche quella del caffè comporta un impatto sul territorio in termini di modifica dell’ambiente naturale e dell’ecosistema, impatto sempre maggiore per via del costante aumento del consumo. Per chi vuole continuare ad assaporare la bevanda senza scendere a patti con la propria coscienza ecologica c’è la possibilità di consumare caffè prodotto con permacoltura. In sé e per sé, la permacoltura non è una novità. Infatti, è stata codificata nel 1974 in Australia da Bill Mollison e David Holmgrem come sistema che prevede il ripristino degli ambienti naturali e degli ecosistemi e la distribuzione delle risorse intesa come divisione degli utili e riduzione degli scarti. Attenta alla produzione, la permacoltura punta a preservare e incrementare la fertilità dei terreni e la biodiversità degli ecosistemi, tenendo conto della gestione delle acque e dell’energia, ma anche del sostentamento e della qualità della vita delle comunità che si dedicano alla coltivazione e al raccolto. Tutto questo è già ampiamente realtà, ad esempio in Perù, dove un’organizzazione senza scopo di lucro sta portando avanti un progetto di permacultura applicato al caffè con una piccola comunità di circa diecimila indigeni peruviani.

Buono in tutti i sensi
Il risultato della permacoltura del caffè è un prodotto buono in tutti i sensi, commerciato senza intermediari e che per questo garantisce ai produttori un guadagno netto pari addirittura al doppio di quanto stabilito dal commercio equo e solidale, con guadagni sufficienti non solo per il sostentamento, ma anche per l’accantonamento di piccoli capitali in grado di garantire nel tempo la formazione scolastica alle nuove generazioni, investimenti per migliorare e ampliare le coltivazioni e per estendere il concetto di permacoltura ad altre colture e produzioni.
Letteralmente entusiasmante il bilancio da un punto di vista ecologico: il caffè prodotto al 100% in permacultura viene ottenuto senza trattamenti chimici e con l’utilizzo di soli metodi naturali e sostenibili. E non è a impatto zero, ma addirittura presenta un bilancio di anidride carbonica passivo, in quanto la coltivazione non solo non ne produce, ma addirittura la sequestra dall’ambiente.