Pausa caffè al lavoro: sì, però…

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 La pausa caffè è un’abitudine molto diffusa e ampiamente tollerata sul posto di lavoro, a patto che si svolga secondo precise modalità. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione a proposito di due dipendenti comunali che si erano allontanati dal lavoro per comprare le sigarette e bere un caffè al bar. In estrema sintesi, e con il conforto del buonsenso, è ammesso concedersi la pausa caffè, ma è sbagliato approfittarsene. E, soprattutto, bisogna tenere comportamenti diversi se si è dipendenti privati o pubblici.

Le diverse situazioni
Nel primo caso, il dipendente può lasciare il posto di lavoro previo accordo anche verbale e per il tempo strettamente necessario per il caffè. Nella pubblica amministrazione, però bisogna ricordare che se ci si allontana dal posto di lavoro senza giustificato motivo o senza timbrare il badge, si incorre nel reato di truffa ai danni dello Stato, punibile anche con il licenziamento. Se l’assenza ingiustificata deriva da una pausa caffè di pochi minuti, o per acquistare delle sigarette dal tabaccaio più vicino, l’assenza è tollerata dalla prassi comune. Diverso è quando un dipendente statale si allontana con la scusa della pausa caffè, senza timbrare il cartellino e senza rientrare immediatamente sul posto di lavoro. È questo il caso che si verifica quando le forze dell’ordine individuano lavoratori impegnati a fare commissioni o addirittura seconde attività durante il lavoro. In questo caso, la tolleranza non può essere contemplata dalla prassi e la pausa caffè si trasforma in un escamotage per truffare il datore di lavoro. In questi casi sono gli stessi dirigenti pubblici a dover segnalare il caso alla Procura della Repubblica.