La carta caffè dagli scarti della tostatura

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Sarà di color avorio, con venature più scure, ma non sprigionerà il tanto decantato aroma. Sono le anticipazioni sulla “carta caffè” allo studio nell’industria cartaria Favini, di Rossano Veneto. 

L’idea – produrre carta partendo dallo scarto del chicco – nasce all’interno del progetto CirCo (Circulare Coffee) finanziato da Fondazione Cariplo e da Innovhub SSI, azienda speciale della Camera di commercio di Milano che opera anche nella filiera cartaria. Con Favini nel ruolo di produttore, chiamato a collaborare con l’istituto di scienze e tecnologie molecolari del Cnr, l’Università di Milano, Eurac Research (11 istituti di ricerca) di Bolzano e il produttore di cosmetici Intercos. 

Lo scopo dell’operazione? Utilizzare gli scarti di altre lavorazioni per produrre oggetti utili. In questo caso, i primi sono costituiti dal cosiddetto silverskin, la pellicina che il chicco di caffè perde durante la tostatura (pellicina argentea solo in piccola parte impiegata come fertilizzante, che per il resto è un comune rifiuto da smaltire) per produrre carta. 

Per dare un’idea dei numeri, e delle potenzialità del business, ogni anno nella sola Italia si generano 7.500 tonnellate di silverskin. 

 Carta anche con la crusca e i residui di fagiolo 

Favini non è nuovo a questo tipo di studi e sperimentazioni. Basti pensare che impiega la crusca fornita da Barilla per realizzare la carta del suo packaging, i residui di fagiolo per la carta di Pedon e le bucce dell’uva per gli imballi di lusso della marca francese di champagne Veuve Cliquot. 

Insomma, anche nel caffè non si butta via niente.