Il tè di Ceylon? Nasce dal caffè

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 Mai come in questo periodo ci è familiare il termine pandemia. E siamo abituati a riferirlo a fatti umani, contagi violentissimi che seminano malattia e morte. In realtà lo stesso fenomeno, ovviamente cambiando completamente specie, vale anche per il mondo vegetale. Una delle vicende a più alto impatto viene dallo Sri Lanka, l’antica Ceylon, che oggi è un grande produttore di té ma ha un passato completamente dedicato al caffè. Tutto nasce nella seconda metà dell’Ottocento, quando sull’isola viene avviata la coltivazione dei preziosi chicchi, con oltre 275.000 ettari di campi, pari al terzo posto mondiale di allora. Mentre le piantagioni crescono e il commercio fiorisce, lo scozzese James Taylor inizia a coltivare in sordina, per spirito di innovazione e sperimentazione, il té.

All’improvviso, l’imprevisto che cambia tutto
Nel 1880 arriva “Devastating Emily”, un’epidemia fungina nota come ruggine della foglia del caffè, e in pochi mesi il 90% delle piantagioni di caffè vengono spazzate via. Il loro posto, soprattutto nell’economia dell’isola, viene preso dal tè. Sventato il rischio di un tracollo generale, in tre anni la rotazione dal caffè al tè è completata, grazie alla moltiplicazione delle piantine di Taylor e alla cura nella coltivazione insegnata dal caffè. Il tè di Ceylon è oggi particolarmente apprezzato, sia per la sua qualità, sia per la grande attenzione all’ambiente, anche con l’introduzione di nutritivi completamente naturali in grado di migliorare il suolo e la produttività.