Il Caffè dell’Illuminismo

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Si dice caffè e si pensa alla bevanda sinonimo in tutto il mondo di piacere e, insieme, di sferzata di energia e momento di pausa. Nel corso dei secoli, però, il nome ha indicato anche altro. Tra il 1765 e il 1776 “Il Caffè” è una rivista letteraria pubblicata ogni dieci giorni ad opera degli intellettuali illuministi Pietro e Alessandro Verri e Cesare Beccaria, il famoso autore di “Dei delitti e delle pene”.

Un titolo, una garanzia

La scelta del titolo non fu un caso, ovviamente. Nella finzione letteraria, gli otto fogli della rivista raccolgono le discussioni che si tenevano nel Caffè gestito dal greco Demetrio, luogo d’incontro di intellettuali e filosofi. In quegli anni, infatti, in Italia e in tutta Europa si stavano rapidamente diffondendo le botteghe di caffè, grazie al crescente successo della bevanda, a cui venivano attribuite proprietà molto salutari, a iniziare da quella di “risvegliare” le virtù dell’uomo.

Il filosofo Montesquieu, in una delle Lettere persiane descrive attraverso uno dei personaggi il negozio di Procope, dove “si prepara il caffè in modo tale che dà dello spirito a chi ne fa uso: quanto meno, di quelli che ne escono, non c’è nessuno che non creda di averne quattro volte di più di quando vi è entrato”.

Una bevanda, un luogo, una cultura

Nel Settecento, le botteghe del caffè diventano un luogo di discussione e incontro aperto a tutti, come nel Medioevo era stata la piazza e come, per pochi eletti, nel Rinascimento era stata la corte. In pieno spirito illuministico, nelle caffetterie l’accesso è aperto a tutti, purché in grado di pagare la consumazione, e tutti possono fermarsi per godere della conversazione degli altri avventori o per leggere i giornali italiani e stranieri che lì si trovano. In anticipo di 300 anni, quello che accade oggi…