Gli scarti del caffè per purificare le acque

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 Vengono usati per la coltivazione dei funghi, per realizzare filati tecnici, come fonte di energia. E adesso gli scarti del caffè sono impiegati anche per depurare le acque reflue, come ha dimostrato il progetto sviluppato da Loris Savino, biotecnologo ventitreenne, con gli amici Stefano Savino, chimico di 25 anni, e Daniele Tenerelli, agronomo della stessa età. Il progetto ha vinto il Premio Lavazza all’interno della call “Youth in Action, for Sustainable Developments Goals” promossa da Fondazione Italiana Accenture, Fondazione Eni Enrico Mattei e Fondazione Allianz UMANAMENTE, rivolta a giovani under 30. I tre hanno ideato un sistema che riesce a purificare le acque reflue con scarti agro-alimentari, basandosi sul reimpiego degli scarti di lavorazione generati dall’industria del caffè.

Tazzina sempre più sostenibile
“In sintesi – ha spiegato Loris durante la Masterclass Impact con la Fondazione Italiana Accenture, all’interno della rassegna Next Generation, realizzata da Giffoni Innovation Hub e promossa da Giffoni Opportunity – abbiamo ipotizzato un metodo chimico per purificare i volumi di acqua generati dalla lavorazione del caffè al fine di riutilizzarli. Il team è di 3 persone, 3 amici dalle diverse competenze, sebbene compatibili tra loro, che hanno deciso di mettersi in gioco dopo aver riflettuto e studiato a lungo il problema”. Da qui, la soluzione all’insegna dell’economia circolare e dell’ecologia, per una tazzina più sostenibile e più “buona”.